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Istituzioni e Federalismo
Il federalismo che divide il centrodestra
Una velata minaccia di sapore secessionista
di Massimo Villone - 06/05/2010 10:50:08
Ci tormentava un dubbio per le celebrazioni dell’unità d’Italia. La Lega ci sarà o non ci sarà? E Calderoli? Meno male che il ministro ha chiarito: meglio lavorare che celebrare. Soprattutto, la vera unità è nel federalismo fiscale. Intende – supponiamo - che attuarlo è oggi condizione dell’unità. Una velata minaccia di sapore secessionista.
Ci tormentava un dubbio per le celebrazioni dell’unità d’Italia. La Lega ci sarà o non ci sarà? E Calderoli? Meno male che il ministro ha chiarito: meglio lavorare che celebrare. Soprattutto, la vera unità è nel federalismo fiscale. Intende – supponiamo - che attuarlo è oggi condizione dell’unità. Una velata minaccia di sapore secessionista.
Le acque del centrodestra sono agitate. Ragioni di leadership e di assetti di potere, certo. Ma anche di linee politiche divergenti, in particolare sul Mezzogiorno. Il governo fin qui ha fatto - con il federalismo fiscale e il saccheggio a danno del Sud del fondo per le aree sottosviluppate - quel che voleva la Lega. Ma l’egemonia leghista sugli indirizzi di governo crea malesseri nella coalizione di maggioranza. Così, Fini ha fatto del Sud una bandiera. Qui vediamo il problema. Berlusconi ha dato a Fini un ceffone, e ha confermato l’asse con i leghisti. La Lega ha ribadito mille volte di avere interesse solo al federalismo fiscale. Quindi, il dualismo nella maggioranza rimane tutto, il sud è una posta della partita interna, e il tavolo da gioco è appunto dato dal federalismo fiscale.
Tra le tante chiacchiere spese sul tema, una cosa è evidente. Il federalismo fiscale non aumenta in alcun modo la ricchezza nazionale, ma solo ne determina la distribuzione territoriale. L’obiettivo dichiarato della Lega è trattenerne al Nord una quota maggiore. Se la torta è la stessa, ciò comporta che al Sud ne vada una quota minore. Questo è un esito non eludibile, che fatalmente si tradurrà nei decreti di attuazione della legge delega n. 42 del 2009 in misura determinata dal peso nella maggioranza della linea leghista. I decreti delegati, infatti, sono scritti nella stanze del governo. I leghisti sono già ringhiosamente schierati a guardia dell’osso federalista. Le parole di Calderoli servono a dimostrare simbolicamente che sono pronti a pagare un prezzo.
Dunque, la partita è tutta dentro la maggioranza, e i pareri parlamentari previsti conteranno poco o nulla. Potranno incidere di più le pressioni delle regioni governate dal centrodestra che in prospettiva hanno qualcosa da perdere. Qui cogliamo il potenziale rilievo della partita in atto. La minoranza finiana deve dimostrare di esistere per un motivo che non sia bassa cucina di ceto politico. Soprattutto dove ha esponenti di rilievo mentre la Lega non esiste, come in Campania. Il federalismo fiscale offre certamente un terreno appropriato. Per tutti noi, la domanda che viene da quanto accade nel centrodestra è: come e quanto potrà incidere sulla volontà della regione di premere sul governo nazionale per attenuare le pressioni leghiste e difendere le ragioni dei cittadini campani? Contribuirà a svolgere nella trattativa in corso sul tema un ruolo più significativo di quello – sostanzialmente scarso o nullo – fin qui giocato dal centrosinistra?
La questione non sembra ancora all’ordine del giorno perché la prima attuazione del federalismo fiscale viene con un decreto – cosiddetto di federalismo demaniale – che attribuisce a regioni ed enti locali beni fin qui dello Stato. Di per sé, non contrappone territori portatori di interessi divergenti. Ma la trattativa è in corso su una distribuzione di risorse in cui qualcuno prende di più, qualcuno di meno. E non ci si può nascondere.
Calderoli in fondo dice una verità: il federalismo fiscale è condizione dell’unità del paese. Non solo per i leghisti, perché da come è scritto viene la misura delle diseguaglianze. Se queste crescono, l’unità fatalmente si indebolisce.
La Repubblica Napoli, 4 maggio 2010





