La Fondazione Centro di Iniziativa Mezzogiorno Europa – Onlus nasce per offrire un contributo di ricerca, approfondimento, studio, riflessione critica, sulle prospettive di sviluppo e crescita del Mezzogiorno d’Italia nella cornice Europea e Mediterranea. La realizzazione dell’area di libero scambio euromed nel 2010 mette l’intero Sud e le sue classi dirigenti, di fronte alla responsabilità della costruzione di quella che sarà una delle più grandi unioni non solo economiche e doganali della storia. Conoscenze tecniche e storiche, relazioni politiche e istituzionali, confronti tra culture, trasferimenti di best practies, affinamento degli apparati amministrativi, partenariati: saranno tanti tasselli di un complesso mosaico che occorrerà costruire. Per questo ci sarà bisogno di formazione, analisi critica dall’alto livello di approfondimento, attività di documentazione e ricerca. La Fondazione presterà particolare attenzione ai processi economici, culturali, politici, istituzionali in atto a Napoli, dato il peso e il ruolo di questa grande città europea nella storia e nella vita del Mezzogiorno e dell’Europa. Peraltro la Fondazione seguirà con speciale interesse la problematica di tutti i grandi centri urbani, luoghi decisivi per lo sviluppo e la modernizzazione del paese. Questi i principali obiettivi sui quali la Fondazione si propone di intervenire, riscoprendo la centralità di una rinnovata Questione Meridionale oggi maggiormente calata, a differenza che nel passato, in un contesto geopolitico più ampio e fortemente internazionalizzato. Se il capitale geostrategico dell’Italia rappresenta, come storicamente dimostrato, il suo più importante strumento di politica estera, la necessità che tale capitale sia al massimo “messo in valore” è necessità strategica inderogabile per gli anni a venire. La Fondazione si ricollega allo spirito, alle elaborazioni e al lavoro svolto dal Centro di Iniziativa Mezzogiorno Europa, promosso da Giorgio Napolitano nel 1999 e da lui animato e presieduto sino alla sua elezione a Capo dello Stato. Storia Il Centro di Iniziativa Mezzogiorno Europa nasceva sotto forma di Associazione nel gennaio del 2000, per volontà di Giorgio Napolitano ed Andrea Geremicca. L’idea dei fondatori era quella di mettere in rete informazioni, idee, competenze, esperienze, programmi e problemi del nuovo Mezzogiorno, impegnato nella sfida europea, in linea con le istanze del cosiddetto “euromeridionalismo”, e cioè di quella parte del pensiero meridionalista e riformista che non concepisce il futuro del Mezzogiorno se non all’interno della costruzione europea. “Il Centro”, diceva lo Statuto dell’Associazione, “ha lo scopo di stabilire uno scambio costante di conoscenze, di idee e di proposte tra il Parlamento europeo e gli ambienti rappresentativi delle forze sociali e culturali e delle istituzioni locali”. Strumenti operativi del Centro sono stati da sempre i convegni a tema, i seminari di approfondimento, i dibattiti. E poi la rivista: il bimestrale Mezzogiorno Europa, uscito col suo “numero zero” nel gennaio del 2000 e divenuto nell’arco di pochi anni un punto di riferimento importante per politici, docenti universitari, studenti, quadri d’azienda, e più in generale per quanti sono interessati ad un dibattito di alto livello sui problemi del Mezzogiorno, e al tempo stesso ai grandi temi della costruzione europea. L’Associazione Centro di Iniziativa Mezzogiorno Europa ha operato fino al luglio 2006, promuovendo momenti di discussione “alta” per contenuti e per prestigio e competenza dei partecipanti. Il 3 luglio 2006, attraverso un insolito iter di trasformazione, il Centro, da Associazione, è divenuto Fondazione. La scelta di un iter così peculiare è stata motivata dalla precisa volontà dei soci fondatori di mantenere pressoché inalterate le finalità della neonata Fondazione, pur ampliandone la portata e, ovviamente, gli strumenti; ma soprattutto riconfermando le persone che ne fanno parte a vario titolo, e la continuità ideale con il “padre fondatore”, l’attuale Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano. A meno di un anno dalla sua nascita, oggi la Fondazione Centro di Iniziativa Mezzogiorno Europa è più che mai attiva, soprattutto sul fronte inedito della formazione politica.
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Il Medio Oriente tra conflitti e processi di pace: quale il ruolo dell’Arabia Saudita?

Intervista all’Ambasciatore del Regno dell’Arabia Saudita in Italia, S.E. Prof. Mohammed I. Al Jarallah

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di Paolo Wulzer - 17/03/2010 15:48:42

Le crisi che hanno lacerato il Medio Oriente negli ultimi anni hanno proiettato, con sempre maggiore evidenza, l’Arabia Saudita al centro delle dinamiche regionali. La centralità del ruolo saudita si è rivelata con chiarezza nei principali teatri di conflitto e di tensione aperti nell’area mediorientale.

Le crisi che hanno lacerato il Medio Oriente negli ultimi anni hanno proiettato, con sempre maggiore evidenza, l’Arabia Saudita al centro delle dinamiche regionali. La centralità del ruolo saudita si è rivelata con chiarezza nei principali teatri di conflitto e di tensione aperti nell’area mediorientale. In primo luogo, nel quadro delle cosiddette tre guerre civili (1) che stanno polarizzando e destabilizzando la regione: gli scontri tra sciiti e sunniti in Iraq, i contrasti tra Hezbollah e il governo libanese, le ostilità intra-palestinesi tra Fatah e Hamas. In secondo luogo, nei tentativi di risolvere per via negoziale la questione nucleare iraniana. Infine, negli sforzi tesi a riavviare il processo di pace arabo-israeliano-palestinese.

Le preoccupazioni di containment anti-iraniano hanno rappresentato il fondamentale elemento di continuità di questi interventi della diplomazia saudita. Le ambizioni nucleari di Teheran rappresentano solo un aspetto, per quanto il più preoccupante, di un’evidente spinta del regime degli ayatollah ad estendere l’influenza sciita dal Golfo Persico al Mediterraneo (2). I legami politici e religiosi dell’Iran con la leadership sciita irachena, con gli Hezbollah libanesi e con il movimento di Hamas hanno posto l’Arabia Saudita di fronte ad una duplice sfida, sia interna che regionale.

La tradizionale posizione saudita di leader del mondo sunnita e la presenza di comunità sciite all’interno del Regno e degli altri stati arabi del Golfo hanno spinto Riad ad assumere con decisione un ruolo di primo piano nel tentativo di superare le crisi in corso, al fine di porre un argine alla crescita dell’influenza iraniana. Sulla base di questa motivazione di fondo, l’Arabia Saudita ha cercato di ricomporre le fratture interne in Iraq, in Libano e nel movimento palestinese; ha alternato pressioni economiche e dialogo come risposta alla minaccia nucleare di Teheran; ha tentato, sfruttando la preoccupazione israeliana per il crescente peso regionale dell’Iran, di rimettere in moto i negoziati tra Tel Aviv e  i vicini arabi.

La questione irachena ha visto Riad spesso contrapposta alle scelte statunitensi. Nonostante la storica ostilità tra l’Arabia Saudita e il regime di Saddam Hussein, la guerra del 2003 suscitò la ferma opposizione saudita, poiché le armi avrebbero “risolto un problema, creandone però altri cinque” (3). Il difficile processo di ricostruzione postbellica e gli scontri tra le comunità sciite, sunnite e curde, ha sollecitato la leadership saudita a farsi carico delle ragioni della componente sunnita.     

Pur partecipando, dal punto di vista economico, agli sforzi guidati dagli Stati Uniti per il consolidamento del nuovo corso iracheno(4), l’Arabia Saudita ha insistentemente posto il tema di un riequilibrio del peso delle varie componenti etniche come premessa indispensabile per una reale e duratura stabilità interna del nuovo Stato (5).

La guerra israelo-libanese del luglio del 2006 ha messo il Regno Saudita, come anche altri stati arabi moderati, in una posizione difficile e controversa. La volontà di difendere i “fratelli arabi” si è infatti accompagnata ai tentativi di frenare l’ escalation di una crisi che rischiava di tradursi in un ulteriore rafforzamento di Teheran nell’area. Queste preoccupazioni anti-iraniane motivarono, all’inizio, la posizione saudita di forte critica ad Hezbollah, accusata di aver provocato, con il rapimento dei due soldati israeliani, la dura reazione di Tel Aviv (6). Solo le distruzioni della guerra, le perdite di civili e il forte sostegno popolare ad Hezbollah hanno riequilibrato l’atteggiamento saudita in senso più marcatamente anti-israeliano (7).


La rottura in campo palestinese tra Fatah e Hamas ha visto l’Arabia Saudita impegnata in un’intensa attività di mediazione. La vittoria del movimento islamico nelle elezioni del 2006, le reazioni di Stati Uniti ed Unione Europea, i legami Teheran - Hamas spinsero in un primo momento Riad, come anche altri paesi arabi,  a rompere ogni tipo di rapporto con l’ “organizzazione terroristica” (8). Questa scelta si rivelò però controproducente, poiché contribuì a spingere in maniera ancora più decisa la leadership di Hamas nelle braccia iraniane (9). Per questi motivi l’Arabia Saudita promosse, nel febbraio del 2007, il cosiddetto Accordo della Mecca tra le due fazioni palestinesi, che, sostanziato da un notevole aiuto economico, portò alla formazione di un governo congiunto Fatah-Hamas (10). Un tentativo di intesa, però, che ha rivelato presto la propria fragilità: la guerra civile palestinese dell’estate del 2007, l’insediamento di Hamas a Gaza, la formazione de facto di due Stati palestinesi, uno nella Striscia e l’altro in Cisgiordania, hanno cancellato le speranze suscitate dalla mediazione di Riad, aprendo di fatto la strada alla campagna militare israeliana a Gaza dell’inizio del 2009.

Questi scenari di crisi hanno confermato le difficoltà di operare un contenimento efficace dell’influenza di Teheran ed hanno spinto pertanto la diplomazia saudita ad impegnarsi attivamente su altri due fronti. L’elaborazione di una risposta, ferma ma aperta al dialogo, nei confronti della minaccia nucleare iraniana e il rilancio del processo di pace arabo-israeliano-palestinese hanno rappresentato due altri ambiti di intervento da parte dell’Arabia Saudita.

Di fronte al programma nucleare del regime di Teheran, Riad ha elaborato una strategia di pressioni economiche e di caute aperture politiche. Le prime hanno riguardato un aumento della produzione petrolifera al fine di mitigare gli effetti di possibili interruzioni di esportazioni del greggio iraniano (11). Le seconde si sono invece concretizzate in una serie di incontri tra esponenti sauditi e le controparti iraniane, nei primi mesi del 2007, volti a ricercare una soluzione negoziata alla questione del nucleare di Teheran. La visita del Presidente iraniano Ahmadinejad in Arabia Saudita, nel marzo del 2007, pur non producendo risultati di particolare rilievo,  ha rappresentato il momento culminante di questo processo (12).

Alla fine dello stesso mese, il diciannovesimo Summit della Lega Araba, tenutosi a Riad, rilanciava l’ “Iniziativa di Pace Saudita”, già avanzata nel vertice di Beirut del 2002. Il Piano Abdullah si inseriva nella lunga tradizione saudita di coinvolgimento diretto nella ricerca di una soluzione al conflitto arabo-israeliano (13), si proponeva di delineare le possibili linee guida di un accordo globale di pace in Medio Oriente. La proposta prevedeva il completo ritiro israeliano dai territori occupati nel 1967, comprese le Alture del Golan e le parti ancora occupate del Libano meridionale; la creazione di uno Stato palestinese sovrano e indipendente in Cisgiordania e nella striscia di Gaza, con Gerusalemme Est come capitale; una soluzione “giusta e concordata” del problema dei rifugiati palestinesi. In cambio, i paesi arabi avrebbero riconosciuto non solo il diritto all’esistenza di Israele, come già proposto dal piano Fahd, ma avviato la piena normalizzazione delle relazioni politiche, economiche e culturali (14).

La ripresa del Piano saudita nel 2007 maturava in circostanze profondamente diverse rispetto alla formulazione originaria del 2002. Quest’ultima, infatti, era nata sulla scia della seconda Intifada e soprattutto degli attacchi terroristici dell’11 settembre, che avevano imposto a Riad di assumere un’iniziativa di conciliazione verso Israele soprattutto allo scopo di mettere a tacere le voci che, all’esterno e all’interno dell’amministrazione americana, chiedevano un riesame delle relazioni tra Washington e Riad (15). Se l’accoglienza del mondo arabo era stata in larga parte positiva, né gli Stati Uniti, concentrati sulla priorità irachena e timorosi di ricadere nelle “illusioni” dell’ultima fase della Presidenza Clinton, né Israele, che ritenne inaccettabili i termini proposti per Gerusalemme, confini e rifugiati (16), avevano mostrato un eccessivo entusiasmo per la proposta saudita.

Il rilancio del 2007 si inseriva invece nella comune preoccupazione strategica di Arabia Saudita, Israele e gran parte del mondo arabo moderato verso la minaccia iraniana. Come sottolineato dal leader del Likud ed ex primo ministro israeliano, Benjamin Netanyahu, infatti, "la paura che molti regimi arabi hanno dell’Iran ha creato una opportunità strategica per Israele” (17). L’obiettivo comune di neutralizzare la crescente influenza iraniana produsse una ripresa di interesse verso la proposta saudita che, dopo l’archiviazione di fatto della Road Map, era rimasta l’unica proposta negoziale sul tappeto. Questi fattori determinarono un più convinto sostegno regionale ed internazionale al piano saudita, che venne appoggiato da tutti gli Stati arabi, riconsiderato da Israele (18) e sostenuto dagli Stati Uniti, con lo scopo congiunto di riavviare i negoziati arabo-israeliano-palestinesi e di tenere isolato l’Iran. La proposta saudita venne, di fatto, posta alla base della Conferenza di Annapolis del novembre 2007 destinata, nelle intenzioni dell’amministrazione Bush, a rilanciare il processo di pace in Medio Oriente.

Purtroppo, però, il processo avviato ad Annapolis ha rivelato fin da subito una serie di limiti e contraddizioni e ha finito per arenarsi (19). I recenti avvenimenti nella striscia di Gaza (20) ne hanno decretato, con ogni probabilità, il fallimento.


L’intervista concessa dall’Ambasciatore Saudita in Italia, S.E. Prof. Mohammed I. Al Jarallah, al Direttore della nostra Rivista*, consente di seguire l’evoluzione della politica saudita di fronte ai problemi di sicurezza ed equilibrio del Medio Oriente, anche alla luce dei processi storici che hanno influenzato la collocazione regionale ed internazionale dell’Arabia Saudita.

1. - Stability has been the key to Saudi Arabia's foreign policy since the end of the Second World War. Which have been the key moments of the country's evolution?

The unification of the Kingdom of Saudi Arabia (1902-1932) in itself is a miracle. The country is about two million and a half square kilometres in area with about six million people in 1932 (now 25 million) of different tribes, races and religious schools.  The discovery of oil in the mid-Thirties of the 20th century was another cornerstone of our history. The Kingdom was capable of maintaining its neutrality during the 2nd world war; avoiding destruction and human misery and suffering. The reconstruction and development started immediately after the end of the war. Since then the Kingdom was always at peace with itself and with the rest of the world. Despite the turmoil in the area, especially during the Fifties, Sixties and Seventies, Saudi Arabia was – and still is – stable, peaceful and never was at war with any country. The real evolution started in the mid-Seventies when the construction of the infrastructures started. Educational institutions, hospitals, transportation networks, housing, business institutions etc. covered the whole area of the country. There has been ups and downs but the evolution is still very much going on until this moment.

2. - How did security and stability influence Saudi foreign policy during the Cold War and its regional and international position?

The stability of Saudi Arabia coupled with solid and dependable policy, advocating peace and strongly supporting our friends and those who seek our help- financial or political- gave the Kingdom a very respectable regional and international position.  

3. -  During the Cold War the U.S. and Saudi Arabia fought for a common cause: the containment of Soviet penetration in the Middle East- Which has been the main instruments through which this policy has been pursued?
 
Saudi Arabia was never fond of communism, and, therefore has worked with all peace loving nations in that line and was always an active member of the non-allied countries (the so-called 77).

4. -  At the 1967 Khartoum Summit, under the leadership of Prince Faisal Saudi Arabia took a key role which overshadowed Nasser's Egypt. Which were the responsibilities and threats which faced Saudi's foreign policy after Khartoum?

The 1967 war resulted in a disaster in the Middle East. Although Saudi Arabia was not a party in that war, it has risen to its national and regional responsibility. It extended its helping hand to its brothers in Egypt, Syria, Jordan and the P.L.O. That, of course, didn’t please the Israelis and their protectors and supporters. You can imagine what the reaction will be!

5. - In 1981 Saudi Arabia inspired the creation of the Arab Co-operation Council, promoting social, economic and cultural co-operation with a view of establishing a common market for the states of the Gulf region. Which are the concerns and objectives of this international institution?

The G.C.C. six countries have almost everything in common. It is to the best interest of every one of them to have unified goals and objectives in all aspects; starting with economical cooperation. A lot has been achieved but the citizens in the G.C.C. states want even more. They call on the governments to speed up the pace of cooperation.

6. -  In a Summit held on 28 March 2002 the Arab League, which features Saudi Arabia among its founding members, has formulated an important international proposal to solve the Israeli-Palestinian conflict: 'the Arab Initiative for Peace' which was inspired by Saudi diplomacy. What is the content of this proposal and which have been its latest developments?

The Arab initiative for peace in the Middle East calls for creating a Palestinian State on the West Bank and Gaza strip along the 4th of June line, with East Jerusalem as its capital and a solution to the refugees problem and the return of the Golan heights to Syria in a return for a full recognition of Israel by all Arab countries and establishing diplomatic relationship with it. The Palestinian State should be capable of living and functioning in a sovereign and independent way like all countries. So far the other side refuses to accept this fair proposal! The Israelis are being backed unfortunately by the U.S. and Europe and keep manoeuvring and playing to buy time and continuing to change the conditions of the ground. The Israelis are armed with the fourth strongest army in the world, including nuclear weapons and the means to deliver them while the poor Palestinians are simply helpless. When a Palestinian got fed-up and tried to defend his farm, his house and/or his family, he is being called a terrorist while the Israel planes, tanks and heavy artillery pump their heads day and night and the west call that self defence!

7. -  The U.S.-Saudi security partnership has been a factor of growth and stability which has contributed to the Saudi Kingdom's emergence as an economic and political force in the Middle Eastern region. Which have been the defining moments of this stable relationship?

The relationship between Saudi Arabia and U.S. is always good. It has been based on mutual interest but I don’t think it has anything to do with the Kingdom’s growth. Saudi Arabia doesn’t receive any economic aid from the U.S. and never did. As a matter of fact the relationship with the U.S. is more beneficiary to the U.S. than to Saudi Arabia.

8. - The events of 9/11 have caused radical changes in the structure of the international system.  Which consequences have they brought about on the U.S.-Saudi relationship?

The events of 9/11 have resulted in negative consequences to the U.S.- Saudi relations in general. Our friends in the U.S. and Europe failed to recognize the fact that Saudi Arabia has suffered -and still is- from terrorism more than anybody else. Things have improved now and we hope to overcome the rest of these problems as soon as possible.

9. -  Iran's nuclear ambitions and the difficult process of reconstruction and stabilization in Iraq are two fundamental issues for the stability of the Middle Eastern region. How does the Saudi Kingdom intend to address them in the immediate future?

Iran’s nuclear ambitions worry us indeed. The policy of Saudi Arabia is that nuclear technology for peaceful purposes is legal and should be available to every country. Nuclear research for military purposes, however, should not be allowed. We believe in a Middle East clean from nuclear weapons. That should, however, include Israel which is building nuclear weapons since the Sixties and the world is not only turning to the other side but actually providing a cover for them. The conditions in Iraq are also very bad; but we think the first thing that should be done for Iraq is not to interfere in its internal affairs from anyone; especially from Iran. Once that is achieved, the Iraqis will manage their affairs.

10. - Following the victory of democratic candidate Barack Obama, which developments do You expect in U.S.-Saudi relations in light of the political and economic challenges of the near future?

We expect that President Obama will continue to maintain a good relationship with Saudi Arabia, which has always been an honest and reliable ally. We expect the economic exchange to grow higher, even though the U.S. is already the economic partner number 1 to Saudi Arabia. We hope that the new President will deliver on his promise to make the solving of the Middle East conflict one of his priorities for the sake of peace and prosperity of the Middle East and indeed the world.

11. - Israel's military campaign in Gaza against Hamas marks a serious setback for, if not the end of, the Israeli-Palestinian peace process. Does the Saudi Kingdom believe that the peace process can be revived and, if yes, on which assumptions?

The Israeli savage attack on these poor defenseless civilian Palestinians in Gaza proves once again that the Zionists have no intention whatsoever to reach a peaceful settlement with the Palestinians. They are only buying time, and will not spare any chance to eliminate as many Palestinians as possible and force the rest of them to either flee or surrender.
As you can see, they have actually imprisoned a million and a half civilians in the largest jail in the world called Gaza, prevented them from receiving food, fuel or even medical supplies for almost three years. When these poor people became desperate and started to fire these fireworks towards Israel, they seized the opportunity to use everything they can. Tens of thousands of troops, supported with F-16s, tanks, Apaches and marine forces as well!
This, they say, is self-defense!! Israel is an outlawed state. They do not even think of abiding by the UN Security Council Resolution from 1948 until now (Resolution 1860 is the latest).
We don't believe there is a point in reviving the peace negotiations just for the sake of negotiation!! I believe this will be put to a final test when Obama takes office. The matter should not take more than 3-6 months to be clear. Saudi Arabia has done all it could to reach a fair and just solution, and still hopes that its effort will not go in vain.
 

nota 1 Il concetto di tre potenziali guerre civili destinate a destabilizzare ulteriormente il Medio Oriente fu espresso da Re Abdullah di Giordania alla fine del 2006. Cfr. G. Bahgat, “Saudi Arabia and the Arab-Israeli Peace Process”, in Middle East Policy, vol. 14, 3/2007, pp. 49-59: 49.

nota 2 Ibid, p.52 e sgg. Cfr. Sami Moubayed, Gulf vs Gulf, www.mideastviews.com

nota 3 Così il ministro degli Esteri saudita Saud al-Faisal a Bush nel febbraio del 2003, un mese prima dell’invasione dell’Iraq. Cit. in ibid., p.53.

nota 4 Il governo saudita ha cancellato l’80% dei 15 miliardi di dollari di debito iracheno verso Riad. S. e R. Wright, “In a Major Step, Saudi Arabia Agrees to Write Off  80 Percent of Iraqi Debt”, The Washington Post, April 18, 2007.

nota 5 Secondo la leadership saudita, il premier iracheno al-Maliki appare “troppo legato all’Iran e ai partiti sciiti filo-iraniani per condurre un reale processo di riconciliazione con i sunniti”. R. Wright, “Cheney to Try to Ease Saudi Concerns”, The Washington Post, May 11, 2007.

nota 6 Reuters, “Saudi Arabia Blames Hezbollah for Israel Offensive on Lebanon”, July 17, 2006;  H. M. Fattah, “Militia Rebuked by Some Arab Countries”, The New York Times, July 17, 2006. Israele apprezzò il senso di responsabilità e di giudizio mostrato nell’occasione da Riad. G. Myre, “Israeli Premier and Saudi Said to Hold Secret Meeting”,  The New York Times, September 26, 2006.

nota 7 F. S. Ambah, “Many Arabs Applaud Hezbollah”, The Washington Post, July 30, 2006.

nota 8 Come è ampiamente noto, la crescita di Hamas sul finire degli anni Ottanta fu favorita dal sostegno e dai finanziamenti di alcuni stati arabi, tra cui Riad, in funzione anti-Olp. Secondo un rapporto del Dipartimento di Stato del 2005, le attività di Hamas erano sostenute finanziariamente “dall’Iran ma soprattutto da espatriati palestinesi e da privati benefattori in Arabia Saudita e in altri stati arabi”. Department of State, Country Reports on Terrorism 2005, WashingtonD.C., Government Printing Office, 2006, p. 196.

nota 9 A. Harel e A. Issacharoff, “Israel Worried by Closer Hamas-Iran Ties”, Haaretz, December 15, 2006.

nota 10 H. Cooper, “After Mecca Accord, Clouded Horizons”, The New York Times, February 21, 2007.

nota 11 G. Bahgat, “Saudi Arabia and the Arab-Israeli Peace Process”, cit., p. 55.
nota 12  I colloqui con Re Abdullah sono stati dedicati ufficialmente ai problemi dell’Iraq, alle tensioni tra fazioni palestinesi e ai contrasti tra Hezbollah e il governo libanese. H. M. Fattah, “Saudi-Iran Meeting Yields Little Substance”, The New York Times, March 5, 2007.
nota 13
  Il coinvolgimento del Regno saudita nel conflitto arabo-israeliano fu più lento e graduale rispetto ad altri stati del mondo arabo. Nel corso degli anni ’50 e ’60, infatti, il contenimento della pressione sovietica in Medio Oriente rappresentò la priorità strategica saudita e determinò lo stretto allineamento del Regno con agli Stati Uniti. Solo dopo il 1967, in seguito allo sconvolgimento territoriale prodotto dalla Guerra dei Sei Giorni, al tramonto dell’influenza nasseriana e al progressivo superamento della “guerra fredda” araba, Riad cominciò ad assumere un ruolo guida nella definizione di una strategia araba verso Israele. Nel corso degli anni ’70, questo ruolo si sostanziò nella concessione di aiuti finanziari agli Stati confinanti con Israele e ai palestinesi, allo scopo di rafforzare le tendenze moderate e i regimi arabi filo-occidentali. All’inizio degli anni ’80, i limiti degli Accordi di Camp David tra Egitto ed Israele, interpretati da una parte del mondo arabo come una “pace separata” e un tradimento di fatto della causa palestinese, sollecitarono la leadership saudita ad assumere un’iniziativa in grado di superare le divisioni in campo arabo e di trovare una soluzione definitiva al problema arabo-israeliano. Il Piano Fahd del 1981 rappresentò il primo tentativo ufficiale da parte dell’Arabia Saudita di giocare un ruolo attivo nella risoluzione del principale conflitto regionale. Esso prevedeva il ritiro israeliano dai territori occupati nel 1967 e la nascita di uno Stato palestinese indipendente, in cambio del riconoscimento di Israele da parte dei vicini arabi. Si trattava di un riconoscimento ancora implicito, poiché derivava dal principio, contenuto nel progetto di pace, relativo al diritto di tutti gli Stati della regione a vivere in pace e sicurezza. La proposta saudita, però, sebbene adottata ufficialmente dalla Lega Araba nel 1982, si scontrò con l’indisponibilità israeliana a discutere del problema palestinese e con la freddezza di una parte del mondo arabo, Egitto, Siria e OLP in testa. Lo scoppio della guerra Iran-Iraq (1980-1988) e della I guerra del Golfo (1990-1991) e, successivamente, l’avvio del processo di pace israelo-palestinese di Oslo congelò il piano saudita fino al suo rilancio nel 2002.

nota 14 Il testo completo del piano è in  Middle East Policy, Vol.9, No.2 (June 2002) pp. 23-25.
nota 15 La cittadinanza saudita di Osama Bin Laden e di 15 dei 19 attentatori contribuirono ad incrinare l’immagine del Regno saudita in Occidente e negli Stati Uniti.
nota 16 Per il governo israeliano il ritiro entro i confini del 1967 poteva rappresentare “un colpo assoluto alla sicurezza israeliana”. A. Benn, “Official Government Response: Saudi Plan Endangers Israel's Security”, Haaretz, March 3, 2002.
nota 17
M. Wolf, “Netanyahu Calls for Broadening of Peace Talks”, Financial Times, May 24, 2007.
nota 18 Haaretz, “Editorial: A New Chance for Peace”, March 4, 2007; Haaretz, “Editorial: The Peace Process: Only Saudi Arabia Can Do It”, March 12, 2007.
nota 19
Per un’analisi del dopo Annapolis cfr. J. Cingoli, Annapolis un anno dopo. Quale Medio Oriente attende Obama, Milano, 5 novembre 2008, disponibile sul sito del CIPMO (Centro Italiano per la Pace in Medio Oriente),  www.cipmo.org.
nota 20Per la reazione saudita all’offensiva israeliana nella Striscia di Gaza cfr. Turki al-Faisal, “Saudi Arabia’s patience is running out” Financial Times, 23 January 2009
nota *Il Direttore Prof. Alfredo Breccia, anche a nome del Comitato Scientifico della Rivista, ringrazia sentitamente l’Ambasciatore per l’importante contributo offerto alla nostra riflessione sulla posizione saudita di fronte ai problemi del Medio Oriente.