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Imparare da Obama
Contatti politici
di Luca Meldolesi - 20/05/2010 15:37:01
Al di là dei comportamenti del governo Netanyahu, stiamo attraversando un momento favorevole alla riduzione delle tensioni politiche nell’area euro-mediterranea – un dato consolante, che potrebbe avere ulteriori, importanti sviluppi. La speranza è che in Russia, come in Europa dell’est e dell’ovest, e nel mondo arabo e più in generale in quello musulmano ciò faciliti il cammino della democratizzazione e della crescita sostenibile; e, con esse, il venire a galla, autorevole e prorompente, di altre, numerose “anime gemelle” a quella nostra - “ora qui, ora là”.
Il troppo stroppia. Ogni tanto, mi pare di aver già scritto ciò che avevo in testa; e che sarebbe giunta l’ora di chiuderla finalmente, questa piccola serie Obamiana.
Ma poi incontro in giro per l’Italia uno dei miei assidui lettori, che magari non vedevo da tempo; mi rendo conto, allora, che questi messaggi in una bottiglia sono diventati una piccola, gradita abitudine, e mi viene anche in mente un’ideuzza utile. Mi dico: “tirem innanz”...
Cos’è, dunque, che ci interessa tanto in questa materia? Non è solo cosa combina Obama e la sua “band”. Gli è che ogni giorno (senza confessarcelo apertis verbis) – questa mi pare la verità vera – cerchiamo nelle notizie qualche rondine, per indovinare il nostro futuro (non siamo forse il paese dell’aruspicina – nobile arte etrusca teorizzata addirittura da Cicerone?) Così, se accade che qualcuno ci spieghi “come sta il fatto” (mi diceva tanto tempo fa un mio vecchio amico di origine abruzzese, Marcello De Cecco), tutto sommato, gliene siamo grati.
D’accordo. Ma qui, aggiungo tra me e me, forse per metter le mani avanti, parlando di Obama e dintorni dobbiamo stare attenti ad un aspetto importante. E’ ingenuo pensare che la situazione italiana e quella americana siano, o possano essere, sic et simpliciter sovrapponibili. Almeno per un verso decisivo (che qui accenno soltanto), non lo sono affatto. Se pretendiamo, ad esempio, magari inconsapevolmente, che gli Us funzionino in una logica piramidale, per linee sostanzialmente verticali, con catene gerarchiche lunghe di tipo italiano, prendiamo subito un’enorme cantonata. Provate a raccontare a un americano come funziona effettivamente lo Stato dalle nostre parti, se riesce a capirlo,… si metterà a ridere. Infatti, gli Stati Uniti sono una società fondamentalmente orizzontalista, federalista-democratica, dove “you” vuol dire proprio “tu”; dove la gente pretende (ed ottiene) un dialogo quotidiano da pari a pari. (Non siamo mica in Gran Bretagna - lasciatelo dire ad uno come me che si è laureato a Cambridge UK: oltre Manica, il medesimo “you” assume, di solito, un significato implicitamente paternalista… ed ipocrita!)
Detto questo, tuttavia, vorrei aggiungere che, su un piano più politico, qualche punto di contatto della situazione americana con quella italiana esiste davvero: è di questo che vorrei parlarvi. Soprattutto perché, per dirla con Carlo Azeglio Ciampi, con la fine della guerra fredda siamo usciti da un tunnel (quello del bipartitismo imperfetto e del famoso fattore K); per entrare in un altro, che ci sconcerta, che vorremmo capir meglio - anche per prender bene le misure. Da un lato abbiamo una predominanza del centro-destra come non era mai accaduto nel secondo dopoguerra, dall’altro esiste la propensione a demonizzarla, quella prevalenza; o a rassegnarsi, a lasciare il campo, e magari a rinchiudersi in qualche piccola riserva indiana…
Vent’anni fa, reagendo ad una situazione americana per certi versi analoga a quella che abbiamo sotto gli occhi, Albert Hirschman, il mio guru di Princeton (N.J.), scrisse un libro importante che cercava di incrinare quella logica contrapposta che blocca l’evoluzione positiva della società.
Per suo volere, in italiano il libro si chiamò: “Retoriche dell’intransigenza”- 1991. Mostra in modo ammirevole, quel volume, che di fronte alle grandi spinte del nostro tempo che è pervicacemente democratico – vale a dire, di fronte ai tanti impulsi di libertà personale, politica e sociale che ci accompagnano vita natural durante - la destra reagisce generalmente con argomentazioni retoriche stereotipate (riconducibili a tre tipi principali: quello della perversità, quello della futilità e quello della messa a repentaglio); mentre la sinistra, in un certo senso,… tende a fare altrettanto, utilizzando argomenti eguali e contrari.
Morale da non perdere mai di vista: per superare il dialogo tra sordi che così si sviluppa, è indispensabile riprender sempre il discorso dal concreto e dall’interesse pubblico, svincolarsi dagli stereotipi prevalenti (di destra e di sinistra), e rivolgersi a tutte le persone per bene, disponibili, anche molto lontane ideologicamente. Provare per credere: è un esercizio diuturno indispensabile, ma faticoso e complesso - soprattutto perché l’ambiente in cui deve manifestarsi è letteralmente ammorbato da un’intera teoria di luoghi comuni e di riflessi condizionati.
“Eppur bisogna andar…” – dice una vecchia canzone partigiana. E’ proprio così: per tanti anni i miei amici ed io abbiamo cercato di andare cocciutamente in questa direzione anti-ideologica, aperta ad ogni ragionevole sviluppo, utile (diceva Ciro Coppa, un mio ex-allievo prematuramente deceduto che ricordo con affetto).
Ma il punto è che, con la presidenza Obama, gli Stati Uniti ci inviano oggi, giorno dopo giorno, un altro importante messaggio. Nonostante il prevalere ideologico della destra, e nonostante l’ottusità corrente dei vari gruppi e correnti della sinistra, “yes, we can!”. E’ possibile!
E’ possibile combattere una battaglia che spesso “spiazza” il modo di pensare degli uni e degli altri per ottenere risultati importantissimi in materia di salute, di disarmo, di welfare, di riassetto dei rapporti internazionali, di finanza, di ambiente ecc.
Ogni tanto vediamo montare negli Stati Uniti una specie di “effetto di rigetto” estremista di destra, ed ogni volta, magari dopo tanto penare, vediamo, invece, farsi avanti una soluzione, che certo non soddisfa le istanze ideologiche ed assolutiste dei puristi del ramo, ma che, quando riesce finalmente a concretizzarsi, rappresenta senza dubbio uno straordinario passo in avanti.
Qui allora, dobbiamo confessarcelo, cresce in noi una certa speranzella; vale a dire, che sia possibile, anche da parte nostra, mutatis mutandis, e partendo da una situazione apparentemente disperante come quella che abbiamo sotto gli occhi, imparare a combattere un’analoga battaglia – magari aggredendo finalmente il funzionamento del sistema pubblico dal punto di vista americano (quello del federalismo democratico): tema di cui destra e sinistra italiane, nonostante i nostri sforzi prolungati, non vogliono neppure sentir parlare!!!
E’ con questo spirito dunque, se non vado errato, che, da bravi discendenti dell’aruspicina, cerchiamo nei giornali le notizie dall’America. Non guardiamo più al volo degli uccelli o a come si dispone il fegato di bue sull’ara sacra. Vogliamo sapere, però, se, pur combattendo in situazioni difficili, le cose, in America, continuano a procedere ragionevolmente bene. Non sognamo, come Woody Allen, la dittatura di Obama: sognamo che il processo che egli ha innestato continui ad irrobustirsi e giunga fino a noi.
Prendiamo un esempio: la denuncia, da parte della Sucurities and Exchange Commission (l’autorità di vigilanza), del comportamento fraudolento della Goldman Sachs nei confronti dei suoi clienti – tema già affiorato addirittura nel 2006 (cfr. Il Sole del 20 aprile 2010, p. 14); ma che ora, evidentemente arriva al pettine, smentendo le tante cassandre che anche da noi prevedevano che “passata la festa gabbato lo santo” (ovvero che, consentita la ripresa del sistema finanziario,… tutto sarebbe finito in cavalleria).
E invece no. Invece, come talvolta accade persino nel nostro Paese, comportamenti illegittimi, che sembrano de legibus solutis, vengono poi sanzionati (o per lo meno si cerca di farlo), magari in extremis.
“Il tavolo è cambiato: – ha scritto Mario Platerio (a p. 9 di quel medesimo giornale) – i democratici, oggetto di attacchi della destra repubblicana e al centro dei lazzi dei Tea Parties per aver ‘bankrolled’, ‘finanziato’ i demoni di Wall Street, si trovano [a giocare] in contropiede sul fronte delle riforme del settore finanziario. Improvvisamente sono loro a cavalcare il messaggio populista (1) grazie al caso Goldman, nel mirino degli inquirenti per truffe a danno dei loro clienti, e alla rigidità estrema dei repubblicani in Congresso, contrari a restrizioni severe contro le banche. Questo si traduce in una partita politica con due scadenze per l’amministrazione. La prima riguarda le elezioni di metà mandato a novembre, una scadenza di contenimento. La seconda riguarda la corsa per la Casa Bianca del 2012 che sarà invece densa di attacchi. La partita per le riforme finanziarie che si sta aprendo al Senato non sarà meno epica di quella che abbiamo visto per la riforma sanitaria. Evoluzioni che potrebbero spuntare gli artigli repubblicani e chiudersi alla fine con un’altra vittoria di Barack Obama. ‘I nostri obiettivi sono realistici – ci dice una fonte della Casa Bianca – sappiamo di essere in difficoltà per novembre, ma ora sappiamo anche di poter contenere le perdite. Oggi sappiamo che possiamo difendere la maggioranza sia alla Camera che al Senato. Per il 2012 ci vorrà tempo, ma se avremo difeso la maggioranza nel 2010, lo scontro sarà sicuramente più facile.’”
(1)Come ho spiegato altrove, in Us populista va inteso come contrapposizione tra noi e loro, tra Main Street e Wall Street - lo dice spesso Obama. Non significa, fortunatamente, propugnare politiche assistenziali non sostenibili, per ingraziarsi questo o quel ceto popolare - come si dice, per l’appunto, da noi.





