Riforma del Bilancio Europeo: quali opzioni per l'Italia? di Gianni Pittella
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Vorrei rispondere alla domanda "quali opzioni  per  l'Italia in vista della revisione del bilancio comunitario ", nel duplice profilo, dell'interesse nazionale e del primario interesse europeo.
Non ho mai condiviso,infatti, n l'idea di una mera convenienza nazionale n quella di un generico interesse europeo.
Credo invece sia possibile, auspicabile e necessario intrecciare i due interessi e i due destini, nella consapevolezza piena che il rafforzamento dell'istanza europea anche il rafforzamento dell'istanza nazionale.
Pi Europa, un'Europa migliore e pi integrata, un'Europa che guidi i processi di trasformazione e le sfide complesse d'ella societ attuale e anticipi i cambiamenti, una nostra preminente necessit.
E dunque: pu il Bilancio europeo cosi come oggi si presenta, nella sua struttura e nei suoi mezzi, nella sua modalit di approvvigionamento, soddisfare le ambizioni di chi, cittadino o politico, operatore economico o attore sociale, chiede un ruolo europeo rilevante e concreto nei campi in cui lo Stato nazionale impotente o inadeguato ad affrontare le sfide odierne?
Le cifre parlano chiaro: il bilancio del 2007 ammonta a soli 126,5 miliardi di euro, meno dell'1 percento della ricchezza comunitaria prodotta in un anno.
Una cifra tanto pi irrisoria se paragonata alle spese pubbliche nazionali che, nella maggior parte del Paesi membri, assorbono circa il 50 percento del PIL nazionale.
Con una battuta potrei dire che l'Europa costa ad ognuno di noi meno di una tazzina di caff al giorno.
Certo, esiste un problema di trasparenza, di rigore e di qualit della spesa ed sacrosanto che ai cittadini sia garantito uno sforzo ulteriore per eliminare opacit, improduttivit, distorsioni,  apparati e procedure  spesso lenti e elefantiaci.
Ma rimane essenziale porre mano ad una revisione del bilancio che tocchi i due nodi di fondo : la struttura della spesa, le modalit di finanziamento.
Sulla prima questione, me la potrei cavare con la nota affermazione di Tony Blair "meno soldi alle vacche, pi soldi ai cervelli".
Il recupero di fondi dalla pac andrebbe utilizzato per rimpinguare la rubrica sulla competitivit, davvero deludente rispetto ai proclami roboanti sulla strategia di Lisbona e alle richieste esplicite contenute nel rapporto Sapir.
L'aumento della voce ricerca e innovazione e capitale umano ( essenziale potenziare la dotazione del programma erasmus e della nuova generazione degli erasmus per giovani imprenditori, liberi professionisti, pubblica amministrazione) rappresenterebbe un precipuo interesse italiano e un indubbio interesso europeo.
La rubrica sulla coesione meriterebbe una riflessione molto ampia per la complessit dei temi,dei nodi e degli interessi in campo, anche di parte italiana.
Mi limito ad indicare tre spunti di riflessione : Basta un generico riferimento alla " lisbonizzazione" dei fondi strutturali per essere certi che la spesa sar concentrata sui settori nevralgici dell'agenda di Lisbona?
Quali vincoli possiamo immaginare per evitare il rischio della polverizzazione?
E inoltre: come fare in modo che l'attuale sistema di governance multilivello funzioni bene in ogni regione?
Terzo: la politica di coesione deve essere, come io credo, politica orientata alla crescita o orientata al consenso nei tempi brevi?
Quarto : basta il PIL a delineare il fabbisogno di coesione di una regione?
Sempre sulla struttura del bilancio, credo che sia nell'interesse italiano ed europeo eliminare ogni forma di regalia e di privilegio, che permangono da anni.
Nell'accordo sulle prospettive finanziarie 2007-2013 non si avuto il coraggio e la forza di farlo, anzi al rimborso britannico si sono aggiunti altri piccoli o grandi privilegi che hanno tacitato i Paesi riluttanti a sottoscrivere l'accordo.
Vengo al secondo nodo : il finanziamento del bilancio.
Una modifica profonda della struttura finanziaria ormai improcrastinabile per l'Europa e lo , soprattutto, l'introduzione di una nuova "risorsa propria" di natura fiscale, che assorba la
maggiore fetta del bilancio complessivo comunitario.
Tuttavia, necessario che una tale riforma avvenga nel rispetto del principio di equit contributiva e sociale dei cittadini dei diversi Stati membri.
E affinch ci si realizzi indispensabile procedere ad un'armonizzazione dei diversi regimi fiscali a livello europeo.
Proprio il grado di armonizzazione fiscale decisivo per la scelta dello strumento di prelievo fiscale pi appropriato, sufficientemente equo e in grado di garantire l'autosufficienza finanziaria.
In realt, inappropriato parlare di nuove imposte (del tipo tassa sull'Europa), si tratta piuttosto di utilizzare un'imposta gi esistente nei diversi Stati membri e di procedere ad una sua uniformizzazione, per poi poter destinare una quota parte dell'aliquota in questione al finanziamento del bilancio europeo, senza alcun aggravio aggiuntivo per i cittadini.
Una sorta di quota europea di un'aliquota nazionale, versata dai contribuenti e prelevata dalle singole amministrazioni finanziarie per poi essere girata nelle casse comunitarie.
Da stabilire, dunque, sarebbe la ripartizione delle aliquote fiscali tra il livello nazionale e quello comunitario.
A questo scopo, sono state formulate varie ipotesi che potrebbero essere percorse a patto gli Stati membri operino una spinta verso una vera e completa armonizzazione fiscale (che rappresenta un passo decisivo per avvicinarsi ad un'Europa politica).
Tra le strade percorribili vi sarebbe l'applicazione di un'aliquota UE dell'1% all'IVA nazionale, che sarebbe sufficiente a coprire la met del fabbisogno comunitario.
A favore di questa soluzione giocherebbero i tempi d'introduzione, visto che nel giro di sei anni al massimo potrebbe entrare a regime.
Senza che per le tasche del contribuente cambi alcunch, visto che tale prelievo sarebbe compensato dalla riduzione equivalente dell'aliquota nazionale.
Tra le controindicazioni vi sarebbe un'incompleta armonizzazione dei sistemi IVA, visto che alcuni beni, in taluni Paesi, non vi sarebbero assoggettati.
Una seconda ipotesi prevedrebbe l'imposizione di un'imposta comunitaria sull'uso di prodotti energetici.
Una direttiva comunitaria (del 2003), che ha di fatto armonizzato le basi fiscali e fissato aliquote minime, potrebbe costituire un'utile base di partenza per la definizione di tale imposta.
I sostenitori di questa teoria puntano su un paniere di prodotti scelti tra quelli che dovrebbero costituire oggetto di prelievo destinato al bilancio fiscale.
Anche in questo caso sarebbe possibile finanziarie met del bilancio UE con un semplice prelievo sulla base fiscale connessa ai carburanti per trasporto su strada. In questo caso i tempi d'introduzione potrebbero oscillare tra i tre e i sei anni.
Infine, anche se questa appare la strada meno percorribile, a causa della mancanza della definizione di una base fiscale comune applicabile alle imprese, e per i lunghi, e poco prevedibili, tempi di applicazione, si potrebbe pensare a una tassa sul reddito delle societ.
Anche in questo caso, per, non si partirebbe da zero visto che, anche su impulso dell'Italia, grazie all'azione di Pierluigi Bersani, il Parlamento europeo ha gi intrapreso un percorso per la definizione di una base imponibile consolidata per le societ europee.
Infine vorrei sottolineare la proposta che col collega Mario Mauro stiamo segnalando all'attenzione delle istituzioni europee: gli eurobonds .
Si tratta di fonti addizionali di finanziamento al di fuori del bilancio degli Stati membri (dunque fuori dai requisiti del Patto di Crescita e Stabilit) che possano finanziare iniziative europee di carattere strategico: reti trans europee di trasporti, iniziative previste nell'ambito dei Piani nazionali per la Strategia di Lisbona.
A differenza di tutte le altre fonti di finanziamento comunitario (Risorsa IVA, PNL etc.) non hanno un legame "nazionale" evidente e quindi sfuggono alle battaglie sui "saldi netti", ma anzi, visto che la sottoscrizione degli EuroBonds volontaria, permettono di fare un market test della iniziativa europea che gli EuroBonds sono destinati a finanziare.
Le modalit di uso degli Eurobonds devono essere diverse dalla proposta di golden rule emersa al empo del dibattito sulla riforma del Patto di Crescita e Stabilit.
L'eccessiva discrezionalit nazionale sulle spese da esentare dal computo del deficit pubblico, e  tandard contabili di finanza pubblica non completamente omogenei fanno mancare consenso politico a tale proposta.
Piuttosto occorrerebbe prevedere misure di finanziamento centralizzate collegate al bilancio comunitario, e qui sinteticamente indicate come Eurobonds.
Tali finanziamenti andrebbero a integrare la scheda dei finanziamenti possibili collegati ai Programmi d'azione nazionali per la Strategia di Lisbona presentati dagli Stati membri e vagliati dalla Commissione europea.
 


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