Presentazione di S. Collignon Viva la Repubblica Europea. Intervento di Gianni Pittella
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Anch’io voglio ringraziare l'autore per questa riflessione che ci propone in un momento nel quale, paradossalmente,sia a casa nostra che fuori, il ruolo dell'Unione Europea e il suo futuro dovrebbero occupare il centro dei nostri pensieri mentre sono relegati in un triste cono d'ombra.
Ciò vale anche per il confronto elettorale in atto, nel quale, come mestamente avviene da tempo, i temi europei, se si eccettua il programma del PD, sono per lo più ignorati o peggio ancora utilizzati speciosamente per giustificare taluni mali del Paese.
Ma voglio ringraziarlo anche per aver messo una buona dose di pepe nel dibattito, per aver ricercato una fuga in avanti, che, io credo, serva più come stimolo e provocazione positiva, che come scorciatoia per non vedere le criticità del presente.
Insomma, grazie a Stefan per averci regalato un po' di sana utopia che non guasta, come ricorda Giuliano Amato nella sua prefazione, e che non ha mai guastato nella storia della integrazione europea, quando si e' mescolata al concretismo dei piccoli passi, finalizzati a conseguire, sia pure lentamente, mete più ambiziose.
A me piace molto che la riflessione di Collignon parta dal riferimento alla globalizzazione e dall'inquietudine che, al pari di ciò che avvenne nel diciannovesimo secolo per opera del capitalismo, agita i cittadini.
Ha ragione Collignon : il socialismo di allora, di Marx ed Engels, cercò di contrastare il capitalismo conquistando la gestione dello stato per porre fine all'ineguaglianza. 
Con la globalizzazione questo rimedio ha perso efficacia... lo stato nazione, pur mostrando una sua persistente vitalità, è inadeguato ad affrontare le sfide che attraversano e valicano i confini nazionali.
La via non e' una risibile presunzione di fermare la globalizzazione, la via è di costruire risposte sovranazionali che vengano da autorità istituzionali che abbiano legittimità democratica e poteri veri.
L'Europa è dunque non più un sogno romantico, quanto una evidente necessità.
E' qui il paradosso e la domanda che anche l'autore si pone: come mai di fronte ad una solare evidenza come questa, il favore dei cittadini nei confronti della UE invece di aumentare, declina?
E come mai i partiti, importanti organizzazioni economiche e sociali, pezzi significativi del mondo culturale, il mondo giovanile che pure sperimenta attraverso i programmi comunitari più riusciti, come l'Erasmus, non colgano questa evidenza, la trattino con freddezza, continuino a confrontarsi e a litigare nel catino nazionale?
Alcuni invocano, di fronte alla globalizzazione, la via delle piccole patrie e del protezionismo.
È vero che occorre una a analisi più attenta sull’impatto della globalizzazione e sulla collocazione sociale e territoriale e dei suoi dividendi positivi ma ciò non può che avvalorare la tesi che serve una risposta sovranazionale che accompagni quella nazionale.
Dalle turbolenze finanziarie che agitano i mercati e che dimostrano che vigilanza, sorveglianza, regole comuni sono necessarie e che i mercati lasciati soli sono capaci di generare mostri. 
Della formidabili ondate di migrazioni sempre più fisiologiche in un mondo in cui le distanze si accorciano e le barriere si dissolvono, ondate migratorie che producono sempre più spesso enclavi isolate dal contesto ospitante e collegati invece alla madre patria (ciò con riflesso sulla  effettiva possibilità di integrazione).
Alle stringenti necessità di sicurezza per i cittadini, di lotta al terrorismo, al narcotraffico, alle contraffazioni.
Alla domanda di un assetto multipolare del mondo alla sfida dell'approvvigionamento energetico e dei cambiamenti climatici.
Collignon non è tenero rispetto agli attuali limiti della costruzione europea che sono, in parte notevole, causa del malessere dei cittadini e quindi origine del paradosso a cui mi sono riferito.
L'autore ricorda i recenti stop and go,dalle delusioni del trattato di Nizza, alle speranze suscitate dalla convenzione e dal progetto di costituzione, alle sconfitte dei referendum.
Oggi abbiamo un nuovo trattato in corso di ratifica.
Non è il meglio ma e' meglio del nulla e, con il bilancio poliennale e con le decisioni sull'energia e sul clima, rappresenta il segno di una ripresa, dopo una lunga fase di agonia.
E' da qui che dobbiamo ripartire.
Collignon fa bene a delineare il profilo della nuova casa della repubblica in cui il cittadino possa essere davvero sovrano.
E a chiedersi: a cosa potrebbe assomigliare la nuova Repubblica? quali saranno le sue fondamenta? come saranno collegate le stanze e quale sarà il tetto?
E fa bene ad indicare gli obiettivi necessari perche questo avvenga; la Costituzione, un vero governo europeo (e precisa anche le competenze), un vero bilancio e un'amministrazione adatta. Ma a Stefan non può sfuggire la processualità di tale scenario e le difficoltà che esso incontrerà.
Ne indico qualcuna: 
· E’ vero che il processo di integrazione europeo ha garantito, come sostiene l’autore, oltre mezzo secolo di pace – sicurezza e prosperità. Ma è pur vero che questa dinamica e tali risultati vanno contestualizzati nel contesto storico che va dal secondo dopoguerra al collasso del sistema del  Socialismo dispotico. Leggere questi risultati, quindi, a prescindere dal ruolo che gli Stati Uniti hanno esercitato per tutta questa lunga fase, non ci aiuterebbe a comprendere, anche solo in parte, le radici profonde della crisi di oggi. Washington, già nel 1948 - per la gestione coordinata tra i Paesi europei delle risorse del Piano Marshall – tentò di educare gli stessi Paesi ad una logica collaborativa, dopo i disastri e i rancori dei due conflitti bellici. Gran parte dello sviluppo economico dell’Europa Occidentale si deve a quel Progetto, senza il quale nessun Mercato Comune, forse, avrebbe neanche avuto senso dieci anni dopo.
E’ anche sul terreno della sicurezza comune, l’ombrello della NATO valse da solo a garantire il
risultato contro le nuove minacce interne ed esterne ai Sei fondatori delle Comunità Europee. Allora il primo profondo cambiamento di scenario su cui interrogarsi è: quanto l’attuale freddezza” – se non vero e proprio scetticismo o ostilità – dei nostri principali partner rispetto ad  un approfondimento dell’integrazione europea sta incidendo, negativamente, su tale processo?
· Il processo di integrazione, vero unicum nella storia, si è sempre presentato come il sofferto e complesso cammino verso la ricerca di un punto di equilibrio tra la dimensione intergovernativa e quella sovrannazionale. A fasi alterne, ha prevalso ora l’uno, ora l’altro aspetto con un progressivo mutarsi dell’architettura istituzionale e dei processi decisionali. E’ importante che continuino a vivere forse politiche e intellettuali che “tirino la volata” al sistema federale ( o repubblicano – parlamentare ), come scrive l’autore, anche in funzione di “avanguardia”. Quanto meno servono a bilanciare i meschini ripiegamenti dei governi a tutela degli immediati interessi nazionali di corto respiro.
E tuttavia c’è da fare i conti con un dato storico e politologico più generale: siamo in una fase di resistenza della soggettualità statuale.
Che si tratti di “modello imperiale” ( USA ), di statualità pre moderne –  integraliste ( Iran ), di nuove statualità ( Cina e India ), di rinnovate statualità geopoliticamente dominanti ( Russia ) o “aggressive” ( Venezuela ).
Se questo è il dato storico, con cui bisogna fare i conti, è impensabile che l’Unione Europea cancelli la dimensione di “associazione tra Stati”, flessibile e mutevole, per divenire miracolisticamente un qualche modello di Stato federale.
· Nulla nella storia può essere fatto senza pagare prezzo.
Era scontato che allargamenti dell’UE da 15 a 27 Paesi in dieci anni neanche ( parliamo di un raddoppio dei membri a pieno titolo) avrebbe provocato un indebolimento dell’Europa Politica e del livello di approfondimento dell’integrazione. 
Europa Politica significa Politiche Sociali, Politica Estera, Politica di Difesa, Politiche per il Lavoro: cosa accomuna Finlandia e Turchia o Danimarca e Romania su questi potenziali terreni sovrannazionali di  iniziativa politica??
Non sarebbe stato meglio, e forse per il futuro potrebbe ancora esserlo, ragionare di special partnership piuttosto che di full membership ?
E’ possibile riorganizzare l’UE ridisegnando le cooperazioni rafforzate?
E’ immaginabile un qualche modello a cerchi concentrici senza che l’Unione divenga uno spezzatino?
Proprio in questi giorni ho riletto alcuni scritti di un grande europeista, la personalità vivente che in modo più coerente lucido e tenace porta avanti l'ideale europeo e il progetto di integrazione, Giorgio Napolitano.
Ho trovato nella pubblicazione relativa alla sua visita a Berlino, avvenuta il 26 e 27 novembre del 2007, il senso di un messaggio organico, di professione di fede europea e di indicazione delle prospettive di un rinnovato europeismo, che mi paiono degni di essere riproposti.
"Temo, dice Napolitano, che si sia da qualche tempo finito per smarrire lo slancio che aveva consentito di superare le difficoltà e i momenti di crisi... quello slancio non può essere confuso con una banale proclamazione retorica; esso era fatto di profonda consapevolezza delle responsabilità dell'Europa, di orgogliosa rivendicazione del suo ruolo, di lucido riconoscimento dei suoi errori e di visione lungimirante della prospettiva da aprire e da perseguire."
Parlando delle nuove sfide e della missione dell'Europa come attore globale, Napolitano così proseguiva "si tratta di evitare che l'Europa si ponga sulla difensiva e perda posizioni, arretri gravemente per effetto del processo di globalizzazione.
E si tratta dall'altro lato di riuscire a influenzare questo processo. Già il consiglio europeo dello scorso marzo ha adottato significative indicazioni per rafforzare il mercato interno e la competitività, per rafforzare innovazione, ricerca e istruzione, per promuovere l'occupazione, modernizzare e rafforzare il modello sociale europeo.... ma la maggiore novità del 2007, grazie all'impulso della presidenza tedesca, è stato senza dubbio il lancio di una politica energetica e climatica integrata... egualmente obbligata appare una risposta comune europea alla  sfida dei movimenti migratori.
E infine la sfida che in qualche modo tutte le riassume e che ridisegna la missione cui è chiamata l'Europa.Parlo della sfida della sicurezza internazionale e di un nuovo e piu' giusto ordine mondiale..... e la risposta ha un nome conosciuto da tempo: una politica estera,di sicurezza
e di difesa comune".
Le parole del presidente Napolitano devono essere il viatico che ognuno di noi deve saper raccogliere,se vogliamo dare concretezza alla prospettiva della repubblica europea.
Nell'impegno politico ed istituzionale, nella vita di ogni giorno, nell'azione civile, l'Europa non può essere un'optional.
Essa è davvero la chiave di volta per dare un senso migliore al nostro futuro.
Non dobbiamo nasconderci le estreme difficoltà, ne' trascurare che in giro di europeisti convinti e contaminanti come Napolitano o Amato o D’Alema, ve ne sono davvero pochi.
Ma non dobbiamo nemmeno disperare.
Alla fine del suo ultimo libro, Critica al programma di Gotha, Karl Marx scrive una frase misteriosa in latino "dixi et salvavi animam meam (dico questo solo per salvare la mia anima) come se volesse far intendere ai socialisti tedeschi di allora che il programma da lui proposto non aveva, ai suoi occhi la minima possibilità di essere realizzato.
Oggi, in un momento in cui le democrazie di mercato hanno percorso gran parte del cammino previsto da Marx ,la sopravvivenza di una umanità libera, felice, ansiosa di dignità e di rispetto, sembra impossibile.
Mi è venuta in mente una frase pronunciata da Altiero Spinelli nell'isola del suo confino, a Ventotene, dove pensava e sognava l'Europa."Un politico va giudicato da come sa agire in un tempo senza speranze ".
Ma è proprio su questa arena,che si misura il nostro essere classe politica adeguata ad una sfida cosi grande.
 
Gianni Pittella
 
 
Intevento alla presentazione del libro.
Fondazione Iitaliani Europei > Roma 1.4.08
 
 


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