Il Parlamento Europeo compie 50 anni di Gianni Pittella
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Nel corso di questa lunga e avvincente storia, di strada se ne è fatta tanta. Da semplice Assise consultiva – composta di deputati delegati dai Parlamenti nazionali degli Stati membri – si è giunti fino ad oggi, con un Parlamento Europeo eletto a suffragio universale diretto, e che ha visto via via estendere i propri poteri di codecisione sulla quasi totalità delle materie su cui gli altri due pilastri istituzionali dell’Unione – Commissione e Consiglio – sono chiamati ad assumere decisioni cogenti e orientamenti impegnativi per quasi cinquecento milioni di cittadini residenti nei 27 paesi aderenti.
Se si ripensa alla confluenza in un unico Parlamento delle Assemblee di CECA, MEC ed Euratom, nel 1957, alla prima elezione diretta nel 1979, alla nascita dei grandi partiti su scala continentale, alla battaglia politica e istituzionale sul bilancio comunitario nel 1986 o all’approvazione del progetto spinelliano per l’istituzione di un Trattato dell’Unione Europea si ripercorre a grandi passi, di fatto, la storia intera del processo di integrazione.
Senza retorica, il Parlamento Europeo rappresenta l’unica istituzione comunitaria direttamente espressione del demos europeo, e le sue prese di posizione anche nel corso degli ultimi tormentati quindici anni, hanno sempre costituito un punto di riferimento assai avanzato di riflessione critica e di prospettiva sullo stato dell’Unione.
L’introduzione della moneta unica, il Grande Allargamento, le complesse relazioni con gli Stati Uniti e la Federazione Russa, l’azione di contrasto al terrorismo internazionale, il processo costituzionale: su ognuno di questi delicati ed ampi dossier l’Assemblea ha sempre saputo offrire il proprio prezioso punto di vista, autonomo, per quanto sempre proiettato a spingere il processo di approfondimento della costruzione europea verso un approdo il più possibile federalista e sovrannazionale.
Su uno di questi aspetti mi piacerebbe soffermarmi: il ruolo del Parlamento Europeo durante i lunghi negoziati che hanno condotto all’adesione dei dieci nuovi paesi dell’ex Europa Orientale.
La volontà di offrire a tali stati un approdo “sicuro”, esaltando la grande vocazione stabilizzatrice dell’Unione, e la convinzione che tale impresa avesse un valore politico, simbolico ed in prospettiva anche economico di gran lunga maggiore del peso e delle difficoltà che pure quel processo presentò, fu sempre conciliato con una giusta rigidità sull’esigenza di fermo rispetto – da parte dei Paesi dell'Europa centrale e orientale – dei requisiti fissati a Copenaghen in termini tutela dei diritti umani, libertà fondamentali, tasso di democrazia, apertura economica al mercato.
La considerazione che occorresse investire su una giusta impresa storica e dalle conseguenze di enorme portata, cioè, non ebbe mai il sopravvento su alcuni punti fermi relativi alla piena acquisizione dell’acquis comunitario da parte di paesi provenienti da una esperienza significativamente e drammaticamente così diversa: solo così si sarebbe realizzata la vera “riunificazione” dell’Europa artificiosamente divisa per oltre mezzo secolo dalla cortine di ferro.
Proprio per queste ragioni, i dibattiti parlamentari sulle relazioni periodiche della Commissione relative allo stato di avanzamento dei negoziati, tra il 1990 e il 2004, rappresentano un importante spaccato della vita politica dell’Unione, credo non ancora sufficientemente acquisito in tutta la sua portata dalla più ampia opinione pubblica. Consapevolezza, passione, spirito critico, monitoraggio, disegno strategico: in quell’occasione credo che il Parlamento Europeo abbia saputo offrire il meglio della propria missione.
E dal Parlamento Europeo può trarre forza propulsiva e dignità di rappresentanza anche qualunque disegno volto a realizzare, finalmente in maniera compiuta, quell’Europa Politica di cui se ne sente gran bisogno e da più parti invocata.
Ecco perché credo si tratti, oggi, di un anniversario importante e che tra l’altro cade alla vigilia del rinnovo, il prossimo anno, dell’Assemblea di Strasburgo.
Onorare tale ricorrenza significa vivere le elezioni europee come, appunto, elezioni sull’Europa, in cui si confrontino diverse visioni del processo di integrazione, in cui traspaiano i diversi orientamenti, pur presenti tra le grandi famiglie politiche comunitarie e tra i governi degli stati membri, sulle prossime sfide politiche e istituzionali che l’Unione sarà chiamata ad affrontare.
L’Europa dopo il Trattato di Lisbona, la prospettive di Pesc (Politica estera e di sicurezza comune) e Pesd (Politica europea di sicurezza e di difesa), il grande tema dell’energia, la sicurezza e l’immigrazione, la crescita economica legata all’Agenda di Lisbona, la nuova Politica di Convergenza e la riforma del Bilancio, il destino del Partenariato Euro mediterraneo e il nuovo assetto dell’area balcanica: i partiti nazionali facciano in modo che le elezioni europee servono a discutere di ciò, non vivendole invece come – nel migliore dei casi – un sondaggio interno modello elezioni di medio termine.
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